Le migrazioni

Spaccati di vita quotidiana a Lampedusa, tratti dal “Fatto Quotidiano”

Io speriamo che me la cavo, Lina Wertmuller, 1992. 

Il maestro Marco Tullio Sperelli prima di essere trasferito in una scuola del napoletano, incontra un suo vecchio amico l’On Bossi, che saputa la notizia lo insulta chiamandolo terrone. 
Il maestro amareggiato chiede allora consigli su come comportarsi.

Sono immagini relative alle attività di soccorso di un natante con a bordo alcuni migranti effettuato dagli ospiti della Capitaneria di porto. UGC, YouTube.

18 Responses to Le migrazioni

  1. veronicamolinari says:

    L’Isola sulle Migrazioni ha lasciato in me un’ “impronta” particolare. Le migrazioni, sia in “entrata” che in “uscita”, hanno sicuramente costituito e costituiscono ancora un vasto capitolo della storia d’Italia. Esse hanno avuto protagonisti molteplici, “spinti” o costretti ad “andarsene” per diversi motivi: la possibilità di trovare lavoro all’estero, in America, ad esempio; ma anche la possibilità di “continuare a vivere”, a seguito delle discriminazioni promosse dalle Leggi razziali fasciste del ’38; e ancora, molto numerose sono state le migrazioni interne, negli anni ’60 del Novecento, dal Mezzogiorno verso le più industrializzate città del Nord. Oggigiorno, l’Italia si trova davanti ad un altro “fenomeno”: quello dell’immigrazione, che è sempre più intenso, tanto che “gli arrivi” superano notevolmente le “partenze”. Questo “fatto” è quindi caratterizzante nella demografia italiana.

    Di forte impatto, appena si arriva a quest’Isola, è l’enorme rete appesa al soffitto, completamente colma di valige. L’immagine che ha suggerito in me è proprio di come questo fenomeno, nei vari periodi e nelle varie fasi della storia d’Italia, sia stato presente; e di come per molte persone sia stato necessario “abbandonare”, magari a malincuore, le proprie radici, la propria casa, i propri affetti e chiudere “tutto”: una vita, i ricordi, in una di queste “valige di cartone”, per partire verso “chissà dove”.

    https://picasaweb.google.com/107326003607827861719/IsolaDelleMigrazioniOgr?authkey=Gv1sRgCPSu1fKulebzVw&feat=directlink

  2. veronicamolinari says:

    Mamma mia, dammi cento lire
    che in America voglio andar
    e voglio andar […]

    […] Cento lire io te le do
    ma in America no no no […]
    (Anonimo)

    Mi pare giusto citare due strofe di questa celebre canzone popolare, in cui è “forte” la questione dell’ emigrazione italiana verso l’America.
    Inserisco anche la suddetta canzone cantata, quest’anno, al Festival della Canzone Italiana di Sanremo, da Max Pezzali e da Arisa, proprio nella serata dedicata ai 150 anni dell’Unità d’Italia.

  3. Susanna Aruga says:

    L’accesso a quest’area è stato personalmente molto forte (ma leggo che non sono l’unica!): sono figlia per metà – o forse un po’ di più – del fenomeno delle migrazioni, mia madre non è italiana di nascita, ma solo di adozione e quindi questa per me è la sezione della mostra che più mi rappresenta.


    I bagagli dei migranti, “Le migrazioni”, Fare gli italiani, OGR

    Il problema dei migranti, e delle generazioni che loro succedono, riguarda soprattutto la questione dell’identità: non si è completamente né l’uno né l’altro e la nostalgia è un sentimento che ci si porta dietro sempre.

    (Mi viene in mente una vecchia canzone cantata da Domenico Modugno, “La lontananza” (1970) di cui inserisco il link: http://youtu.be/nACs6XS9F4o)

    Decidere di lasciare tutto e ricominciare da capo in qualche modo, per qualsiasi ragione lo si faccia, è uno dei gesti più coraggiosi che una persona possa fare, soprattutto perché tutto quello che è nuovo lo sarà per un tempo prolungato, molto più del previsto.

    Migrare vuol dire possedere un’anima sdoppiata, ma spesso più aperta, per dirla con termini appartenenti all’era dei new media: essere un migrante vuol dire essere multitasking, per tutta la vita.

  4. Ho apprezzato questa scelta di inserire le migrazioni come singolo tema nella mostra. Anch’io sono figlio di emigrati per ben tre quarti (Campania e Veneto). Solo la mia nonna paterna è torinese. Inoltre ho conosciuto sul lavoro e in alcuni casi è nata una vera e forte amicizia i migranti da paesi in guerra sia profughi sia richiedenti asilo politico. In tutti i casi credo che la sfida di oggi, soprattutto per l’Italia, sia quella di saper affrontare un tema così forte e attuale. Del resto, come ci ricorda l’allestimento alle Ogr – se già non fosse abbastanza chiaro -, anche i nostri antenati hanno beneficiato delle emigrazioni verso altre regioni o stati e, addirittura, continenti.

    L’unica critica sta nella posizione di questa sezione: un po’ sacrificata. Molto interessante la soluzione della rete con dentro i bagagli e l’installazione con l’audio dedicato. Forse l’avrei indicato meglio complessivamente: buona parte delle teche con le informazioni storiche e alcuni filmati d’archivio sono stati disposti dietro una rampa e rischiano di essere ignorate dal visitatore.

    Foto installazione:
    https://picasaweb.google.com/lh/photo/92jxHQ0B98AirZZaDGQXT9yfYEl0UGB_7gywBsQScBw?feat=directlink

  5. giovannagennatiempo says:

    Pochi di noi sono migranti, o per lo meno lo sono di seconda generazione.

    Pur essendo figli di coloro che hanno lasciato la propria terra ed i propri affetti, difficilmente riusciamo a sentirci totalmente integrati con la città in cui siamo nati.
    Esiste qualcosa di più profondo, spesso inconsapevole, che ci tiene ancorati al paese di provenienza dei nostri genitori. Alcuni di noi magari hanno visto quei luoghi poche volte nella vita eppure guardiamo con curiosa ammirazione le nostre madri mentre ci raccontano, con gli occhi lucidi di nostalgia e una certa inflessione dialettale nella voce, di quando erano ragazze e nei loro racconti noi non riconosciamo i luoghi in cui siamo cresciuti ma vediamo un mondo diverso, totale frutto della fantasia o di qualche sfocato ricordo, che per qualche strano motivo sentiamo più familiare di quanto non sia la realtà quotidiana. I loro affetti diventano i nostri affetti.
    Tutto questo raccontato in una lingua diversa, a volte indecifrabile, a volte imparata a forza per sentirsi parte di quel mondo. Una lingua che si sente solo in casa, che si parla solo tra le quattro mura domestiche ma che collega e ricongiunge alle proprie origini, alle proprie radici.
    Celebrare l’Unità d’Italia non dovrebbe necessariamente negare l’esistenza di identità regionali ben radicate nel nostro Paese, è per questo che mi ha sconcertato un pò non trovare neanche un accenno ai diversi dialetti parlati nella nostra penisola.

    Ho trovato questa intervista ad una Linguista docente all’università di Trento sulle identità dialettali e sull’ipotesi di introdurle all’interno del progetto d’istruzione scolastica:

  6. stefanoguidotti says:

    In questo caso, ho molto apprezzato l’allestimento con la rete, perché, oltre che suggestivo, riesce ad essere esaustivo, evocando iconicamente la relativa tematica. Ho trovato interessante l’interpretazione di Veronica: la rete colma di valige metafora del peso fisico, economico ed emotivo che i migranti hanno dovuto sopportare. Inoltre, concordo con Emanuele: peccato per la posizione di alcune teche e informazioni, le quali rischiano di essere ignorate dai visitatori.
    Foto rete: https://picasaweb.google.com/lh/photo/rCN9KapDofA8IosbvKP0zcrR95g8t9x-uwtPbdpf2qI?feat=directlink

    Mi ricollego all’intervento precedente al mio, quello di Giovanna, che riguarda, per l’appunto, ciò che mi era venuto in mente di postare in questa sezione. Le grandi migrazioni interne, che hanno caratterizzato la Storia d’Italia, hanno evocato in me i Dialetti italiani. Prima specifici di una regione, i dialetti si sono poi diffusi insieme agli spostamenti della popolazione, ponendo a confronto identità diverse, figlie della stessa lingua.
    Inserisco un bellissimo pezzo comico di Enrico Brignano che, percorrendo metaforicamente l’Italia, interpreta in successione tutti i dialetti. E’ come se ognuna di queste lingue richiami i tratti tipici della gente proveniente dalla rispettiva regione: differenti modi di essere italiani.

    E come dimenticare “Noio volevan savoir..” di Totò??

  7. valeriavittoriabucelli says:

    L’accesso in quest’area mi ha toccata particolarmente: quattordici anni fa ho dovuto cambiare città e, a causa del lavoro di mio padre, mi sono dovuta trasferire da Milano a Torino. Certo, la distanza non è enorme, ma integrarsi in una nuova realtà, lontana da tutti i parenti con cui sono cresciuta, non è stato per nulla facile.

    Il nostro Paese è sempre stato toccato dal fenomeno della migrazione: nel XIX secolo intere famiglie partirono per l’America in cerca di fortuna. Gli anni ’50 e ’60 del XX secolo sono stati caratterizzati dalla migrazione interna, soprattutto dal sud verso il nord. Negli ultimi anni stiamo vivendo un altro fenomeno: intere famiglie provenienti generalmente dal Nord-Africa e dall’Europa dell’Est si trasferiscono in Italia per cercare un lavoro, rimanendo molto spesso delusi da quello che trovano.
    L’attuale situazione economica italiana ha portato alla creazione di un nuovo fenomeno migratorio: quello dei cosiddetti “cervelli in fuga”. Sempre più giovani stanno abbandonando il nostro Paese per andare a cercare un posto di lavoro all’estero.
    Il 22 maggio Rai Tre ha mandato in onda una puntata di “Report” intitolata “Generazione a perdere” dedicata proprio a questo problema che ci riguarda da vicino.
    Questo è il link della puntata:
    http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-73b98cdf-498f-4f67-9906-3c7bdda10343.html#p=0

    Non so cosa mi riserverà il futuro, una sola cosa è certa: le prospettive in Italia non sono per nulla allettanti. L’unica speranza è che nei prossimi anni cambi qualcosa, ovviamente in meglio.

  8. valeriavittoriabucelli says:

    “Cervelli in fuga, capitali in fuga, migranti in fuga dal bagnasciuga […]
    Metti nella valigia la collera e scappa da Malincònia

    Tanto se ne vanno tutti! Da qua se ne vanno tutti!
    Non te ne accorgi ma da qua se ne vanno tutti!
    Da qua se ne vanno tutti! Da qua se ne vanno tutti!
    Non te ne accorgi ma da qua se ne vanno tutti! ”


    Caparezza – Goodbye Malinconia

  9. francescapitera says:

    Quest’isola tematica mi è piaciuta molto. Come i miei compagni ho apprezzato molto la rete appesa al soffitto che contiene un gran numero di bagagli; essa secondo me evoca il grande peso che le migrazioni hanno avuto per il nostro paese.
    Mentre in passato erano i nostri connazionali a scappare dall’Italia per tentare la fortuna all’estero – in particolare in America – oppure erano gli abitanti del Mezzogiorno che si trasferivano al Nord in cerca di lavoro (ricordiamoci che Torino ne ha ospitati un gran numero essendo una città operaia grazie alla Fiat), oggi il nostro paese è diventato una destinazione più che un punto di partenza e purtroppo gran parte degli italiani non ha imparato nulla dalla storia: come noi in passato siamo stati discriminati all’estero (i miei nonni mi raccontavano come – essendo calabresi – venivano penalizzati negli Stati Uniti dove si erano trasferiti), oggi molti tendono a fare la stessa cosa nel nostro paese.
    Comunque quest’area mi ha fatto venire in mente un film abbastanza recente, che tratta appunto quest argomento, anche se in modo scherzoso e leggero; il film è: “Benvenuti al Sud”:

  10. stefanoramondetti says:

    Il fenomeno delle migrazioni è stato determinante e continua ancora oggi ad avere delle significative ripercussioni. Tutti noi ne siamo coinvolti, a livello familiare ma anche solo a livello sociale: che ci piaccia o no siamo tutti figli di questo processo, anche chi, come me, è piemontese da diverse generazioni ma si trova a confrontarsi con figli e nipoti di questa realtà, i quali portano ancora con sé in diversa misura i retaggi delle loro origini.
    Ho apprezzato moltissimo l’imponente rete sospesa, allo stesso tempo scenografica e funzionale, in quanto riesce a condensare una grande gamma di significati, da quelli denotativi (le valigie come simbolo del viaggio) a quelli connotativi (la sua vista mi ha trasmesso in qualche modo quelle che potevano essere le fatiche e le sofferenze dei migranti). Ho notato anche il dispositivo video, nel quale scorrevano vari documentari relativi al fenomeno, e mi è piaciuto molto.
    Secondo me, però, in questa sezione manca una parte molto importante: essa infatti si concentra solamente sulle migrazioni degli italiani, tralasciando completamente quelle verso l’Italia: si tratta infatti di un fenomeno che si è sviluppato ormai da alcuni decenni, ed in questo periodo anche coloro che sono arrivati da paesi stranieri hanno sicuramente contribuito, se non al processo di definizione dell’identità nazionale in senso stretto, ad una sorta di modellamento del popolo italiano.
    Inoltre, mettendo a confronto diretto la storia del popolo italiano con quella dei migranti che ora vengono nel nostro paese (per esempio, inserendo la riproduzione di un gommone o di un barcone, simboli della disperazione di chi arriva sulle nostre coste) si sarebbe potuta stimolare una riflessione costruttiva su ciò che rappresenta il fenomeno delle migrazioni a prescindere dal popolo che ne è protagonista, e di conseguenza sul ruolo di chi dovrebbe dare accoglienza. Ho apprezzato quindi la scelta del curatore del blog di dare spazio, all’inizio di questa sezione, proprio all’aspetto più moderno di questo fenomeno.

    • silviafrancescacalvi says:

      Potremmo spendere fiumi di inchiostro sul tema delle immigrazioni e in particolar modo sulla questione italiana, dove – si sa – la nostra Penisola è da sempre stata patria di incontri – e scontri – tra popoli diversi, etnie provenienti e convergenti da ogni dove, stati a cui faceva gola il nostro bel Paese e piccoli staterelli che lo componevano prima dell’Unità.

      Si potrebbero inoltre spendere righe e righe di testo sulla questione dell’immigrazione da sud del Paese al suo nord, altresì all’attualissima questione degli spostamenti da “sud del mondo” verso l’Italia, a pieno titolo “nord del mondo” e potenza internazionale.

      La cosa che mi ha più colpito di questa micro-isola, a discapito delle informazioni “sacrificate (come notato da alcuni utenti) e del poco spazio ad essa dedicato, è l’enorme rete di bagagli e valigie appesa sopra la testa del visitatore.
      Si tratta di un’immagine concreta ed eloquente, mastodontica e simbolica.

      Il visitatore giunge da un percorso sopraelevato e si trova a terra, “guarda con i piedi sul suolo, non da deus ex machina” le valigie poste sopra la sua testa, in una posizione intermedia tra l’alto e il basso, ma in chiara gerarchia di dominanza rispetto agli altri elementi circostanti.

      E’ come se la mostra stessa ci “riportasse con i piedi per terra”, solo per un istante, e richiamasse l’attenzione al fatto che – in fondo – se siamo quello che siamo, è solo grazie ai viaggi, agli spostamenti, alle mescolanze genetiche e culturali dei nostri antenati.
      E porre delle valigie all’interno di una ex fabbrica, dentro una “officina”, significa dire agli italiani di oggi, che “quello che sarà l’Italia un domani, è solo frutto degli spostamenti di ieri, di oggi e di domani”.
      E per essi si intendano le fughe dei cervelli, l’arrivo di immigrati dal sul del mondo, gli spostamenti interni al nostro Paese.

      Ironica e “a tema”, in questo senso, si caratterizza proprio la canzone “Vengo dalla Luna” del rapper Caparezza – di origini pugliesi, ma milanese acquisito – sul tema delle migrazioni.

      Link al videoclip della canzone: http://www.youtube.com/watch?v=TCMszSjgKHE

  11. danielepilato says:

    Come suggerito da Stefano G.:

    I contenuti proposti dai miei compagni evidenziano come il tema delle Migrazioni o del rapporto nord-sud in Italia sia molto sentito e trattato dai media, più che in ogni altro Paese. Le migrazioni sono strettamente legate ai temi di razzismo e discriminazione, altri argomenti molto sensibili in Italia e non affrontati dalla mostra “Fare gli italiani”.

    L’isola tematica delle Migrazioni è sicuramente la più evocativa e una delle più riuscite: camminare sotto la rete di valigie e ascoltare le testimonianze di chi ha dovuto lasciare la propria terra d’origine in cerca di fortuna altrove rendono bene l’idea di quanto questo processo riguardi da vicino le vite di tutti noi, chi più chi meno, “migranti”. Il tema è ricco di sfaccettature che ovviamente non potevano essere affrontate tutte: la migrazione al nord o al sud, la migrazione all’estero, l’immigrazione legale e illegale sono tutti aspetti che i telegiornali italiani trattano quotidianamente e di cui la politica dovrebbe discutere con la stessa frequenza.

    Ho apprezzato molto gli interventi di Valeria e Silvia su Caparezza, spesso paladino dei migranti (Vieni a ballare in Puglia è diventato un inno a chi vuole bene alla propria terra, anche da lontano). Dalla stessa regione di Capa arriva Checco Zalone, fenomeno comico di questi ultimi anni, che ha sorprendentemente sbancato i botteghini cinematografici con Cado dalle nubi e Che bella giornata: entrambi i film toccano il tema della migrazione, fonte inesauribile di sketch e battute. Insieme al successo di Benvenuti al sud (rifacimento del francese Giù al nord), rappresenta ottimamente come la dualità nord/sud diverta gli italiani che si confrontano con le proprie debolezze e con la propria storia.

  12. beatricemaolucci says:

    Le migrazioni hanno fatto la storia dell’umanità e del mondo. Il bagaglio di Homo erectus e quello di Homo sapiens (amigdale e armi più sofisticate) sono state la valigia di cartone che ha consentito l’adattamento, sfociato poi nel pensiero simbolico e nella diffusione di idee e tecnologie. La varietà genetica è un prodotto delle migrazioni (mutazioni allopatriche). Anche le tecnologie, come le combinazioni genetiche, non sono altro che somme di varie osservazioni fenomenologiche e idee applicate. In un solo ambiente senza migrazione non è possibile nessuna combinazione genica e nessun incontro culturale e tecnologico.

    Anch’io come altri in questo blog, riassumo geneticamente e culturalmente la mia patria, che a sua volta è un’insieme di patrie, cioè di tante culture, ambienti storie e persone. La Mia bisnonna era una contadina friulana di origine austro-ungarica ma dal nome ebreo, il mio bisnonno pugliese, un emigrato della prima guerra, aveva cognome e tratti fenotipici arabi: Maolucci (Maulucci)deriva probabilmente da Maulud.

    L’Italia con la valigia non è ancora finita perché portiamo la nostra flessibilità intellettuale e la nostra varietà culturale nel mondo con successo (certo, anche la mafia purtroppo…). In patria la nostra cultura è in continuo mutamento: veniamo continuamente a contatto con nuovi immigrati, diverse lingue e costumi che ci arricchiscono (diversamente da quanto molti pensano) impedendo di rinchiuderci in una énclave culturale bloccata e regionalista.

  13. lorenzovalle88 says:

    Come i miei compagni ho apprezzato la rete di valigie, ottimo simbolo delle migrazioni per le sue grandi dimensioni e per l’idea di peso che ispira subito. A dire il vero non ricordo se ho visto o no le teche e i filmati, è possibile che me li sia persi. Mi piace l’idea di Stefano R di esporre anche un gommone per ricordare gli odierni immigranti verso l’Italia, l’avrei trovato molto azzeccato.

    Nemmeno io ho radici piemontesi: i miei genitori sono marchigiani, trasferiti da queste parti per lavoro, e mio nonno paterno era rumeno, emigrato vicino Ancona dopo la seconda guerra mondiale, in cerca di una vita meno disagiata; suo nonno, però, era trentino, emigrato in Romania nella speranza di trovarvi un lavoro (com’erano diversi i tempi!). Nonostante io abbia sempre vissuto qui in Piemonte, quando vado a trovare i parenti nelle Marche una parte di me sente di essere tornata a casa.

    Chissà se un giorno ci si potrà trasferire su altri pianeti? Che cosa proveranno i primi migranti spaziali? Probabilmente le stesse sensazioni di nostalgia di casa che si provano oggi, secondo questa canzone di Eugenio Finardi:

    Il ritornello di Extraterrestre è presente anche in La vita nell’era spaziale (tratta dall’album Capo Horn, a cui sono particolarmente affezionato), canzone in cui Jovanotti immagina il trionfo della tecnologia, la multiculturalità e la facilità di spostamento di un ipotetico futuro globalizzato, in cui la nazionalità d’origine probabilmente non conterà più molto.

  14. chiararomanelli says:

    Cosa poter dire di più di questa sezione? A quanto pare il tema delle migrazioni è profondamente sentito da tutti noi, in parte perché non passa giorno che ne sentiamo parlare dai telegiornali, in parche in quanto la maggior parte dei nostri genitori o dei nostri nonni è stata obbligata ad abbandonare le proprie città d’origine. Io stessa, come molto altri a vedere dai post precedenti, sono figlia di una madre che è stata obbligata a spostarsi di più di 800 km dalla sua terra.

    La migrazione è un fenomeno che ci obbliga a confrontarci l’uno con l’altro e mette in evidenza le differenze che esistono tra tutti noi (abitanti del nord e del sud, italiani, americani e africani…). Questo ha e sta creando anche scontri molto violenti. Comunque con l’avanzare delle generazioni le differenze si fanno meno evidenti ed è possibile la convivenza.
    La riflessione che si può fare a riguardo a mio parere è se sia davvero necessario diventare tutti uguali per evitare lo scontro tra culture.

    L’area dedicata alle migrazioni è decisamente di grande impatto a livello visivo, specialmente per quanto riguarda la rete piena di valigie che da ai visitatori un profondo senso di angoscia. Forse l’unico problema è che per raggiungere le teche è necessario tornare indietro o passare due volte per lo stesso percorso, fattore che potrebbe scoraggiare molti a studiare la sezione in modo più approfondito.

  15. stellaspallone says:

    Se ci si ferma un attimo a pensare, risulta comprensibile la situazione degli immigrati che, anche oggi, tocca gli italiani: noi non siamo più lo straniero che arriva in una terra non sua, ma oggi dobbiamo fare la parte di coloro che sanno accogliere, capire e dare possibilità.
    Ogni giorno, prendendo il pullman, mi capita di sentire commenti molto offensivi e sgradevoli nei riguardi dei “nuovi” immigrati: forse qualcuno si è dimenticato delle migrazioni italiane, non solo dal sud al nord, dove ci si può adattare più facilmente, ma migrazioni come quelle negli Stati Uniti, in Argentina,…, dove l’inserimento nella società era molto più problematico (basti pensare alla questione della lingua).
    Parte della mia famiglia è sparsa in tutto il mondo: zii, prozii, cugini sono a Buenos Aires, Boston, New York e chissà dove, anche perchè di molti non si hanno più notizie. Mio padre fa invece parte delle migrazioni sud-nord, quelle in cui c’è il quotidiano rimorso per aver abbandonato il tanto adorato”paese” per trovare il lavoro.
    Tutte quelle valigie ammassate in una rete probabilmente sono il simbolo più corretto per rappresentare il fenomeno delle migrazioni…al momento della partenza bisogna prendere tutto ciò che si ha e portarlo con sè, raccogliere il necessario, che per la maggior parte dei migranti non è mai molto.Ma quelle valigie sono anche il simbolo dei sogni che l’uomo che parte porta con sè, augurandosi di trovare una felicità e una serenità per cui sia valsa la pensa abbandonare la patria, la famiglia e gli affetti.

  16. shafighi says:

    Dopo l’isola del cinema si entra subito nell’isola della migrazione dove la rotondità dello spazio ci rimanda all’idea della terra e il viaggio. Ciò che mi ha attirato l’attenzione, ovviamente come gli atri compagni, era la rete appesa. Ma la vorrei analizzare diversamente collegandola agli altri oggetti delle altre isole. Se pragmaticamente consideriamo il sistema come lo spazio dove gli oggetti trovano un senso particolare, possiamo dire che l’isola della migrazione usa uno spazio che per l’isola della scuola non ha alcun senso. Mentre nella scuola si tende a posizionare le panchine proprio per terra, nell’isola della migrazione come gli angeli appesi nell’isola della chiesa, lo spazio perduto viene riempito con l’oggetto che a sua volta e per la sua posizione museale, se possiamo dire, assume un altro significato semiotico. In un certo senso trovo una sorta di chiasmo tra le panchine della scuola, gli angeli e la rete delle valigie. Oltre a questa contraddizione posizionale, c’è anche una implicazione tra gli oggetti collocati per terra o appesi in aria. Per esempio nella zona della guerra, si nota subito il legame forte tra la posizione dell’aereo e la paracaduta bianca che di per sé potrebbe essere il legame complementare con la rete nella zona delle migrazione. Il percorso del museo dal punto di vista sintagmatico ci porta dentro le varie fasi in cui pragmaticamente bisogna alzare la testa e guardare un nuovo spazio significativo.

  17. pengfeicui says:

    Il tema che questa sezione affronta è uno che si verifica in quasi tutti i paesi nel boom economico: l’inghilterra nella rivoluzione industriale, l’italia negli anni 1950′ e 1960′, e l’ultimamente negli ultimi anni in cina, il quale oggi è conosciuta come “la fabbrica del mondo”.
    Più di cento millioni di contadini, che insieme agli altri 5 cento millioni costruiscono forse il popolo agricolo più grande del mondo, dall’inizio degli anni 1990′ continuamente sono migrati nelle città industrializzate nella zona costiera del paese. Ci sono dei fortunati che riescono a stabilirsi nelle città dove lavorano, mentre il debole sistema di sicurezza sociale e il prezzo alto dell’immobiliare ha reso la stabilizzazione della maggior parte di questo gruppo impossibile. Sono costretti di viaggiare ogni anno fra la città e il paese di nascita, sopratutto nel periodo della festa di primavera, in cui i membri della famiglia devono essere riuniti secondo la tradizione.
    Ecco una collezione di foto della gente che viaggiano durante questo periodo:
    http://news.163.com/photoview/4UOU0001/20371.html#p=7OS9CCHE4UOU0001

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