Patrimonio e Identità

26 Responses to Patrimonio e Identità

  1. La mostra ha come mission «produrre conoscenza storica, consapevolezza e appartenenza». In effetti attraverso le due chiavi di lettura – percorso storico e temi specifici – l’effetto è notevole; il visitatore beneficia da un lato di un quadro cronologico preciso e abbastanza approfondito, tenuto conto che si tratta di una mostra, dall’altro di stimoli legati a particolari periodi storici o fenomeni culturali che lo pongono in relazione con gli oggetti e l’allestimento invitandolo ad interrogarsi.

    Personalmente trovo che alla base dei concetti di identità e patrimonio riscontrabili nell’impostazione della mostra ci sia quel processo di cui si è accennato anche a lezione: inclusione ed esclusione. Già con il titolo “Fare gli italiani” si evoca un concetto chiaro, ben rappresentato – attraverso il percorso espositivo – dai fenomeni di esclusione che spesso hanno portato, non senza grandi sacrifici, all’inclusione; mi riferisco alle differenze tra città e campagne: non a caso tra le prime isole tematiche (“L’Italia delle città” e “Le campagne”). Quindi le aree monotematiche su chiesa, partecipazione politica, scuola, fabbriche e così via. Si tratta di grandi argomenti che hanno segnato un concreto passo verso l’unità nazionale sotto gli aspetti culturale, degli usi e costumi. A saldare ulteriormete ogni frattura, poi, sono arrivati i trasporti, i consumi e i mezzi di comunicazione.

    Non manca il richiamo all’arte, pittorica in particolare, anche se mi sarei aspettato maggiori riferimenti alla letteratura. Forse ci sono scarsi accenni ad alcuni movimenti importanti nella storia del passato e di oggi, a quanto e come la loro influenza abbia contribuito all’unificazione dell’Italia (ebrei, massoneria…). Stesso discorso, ad esempio nell’isola tematica della chiesa, dove ci sono soltanto alcuni cenni storici generali e qualche immagine di santi e beati, veri protagonisti di un processo di unificazione e inclusione, spesso in contrasto con la Chiesa Cattolica. Penso ai santi cosiddetti «sociali» – concentrati tra ottocento e novecento in particolare a Torino e dintorni – sui quali mi permetto di suggerire un sito internet che ho creato su commissione, insieme a due colleghi, in occasione dei festeggiamenti per i 150 anni (www.santisociali.it). Il progetto si concentra sull’eredità delle figure dei santi sociali torinesi che hanno operato nel sociale e di cosa possono ancora dire oggi.

    In conclusione, credo che sia lodevole la grande accessibilità della mostra che presenta rampe per disabili molto ampie. Un aspetto su cui fare maggiormente attenzione, invece, è legato al personale che non sempre risulta un vero aiuto al visitatore nel corso della mostra. Per confutare, in parte, quest’idea ho avuto due riscontri positivi nell’isola dedicata ai trasporti e al termine dell’itinerario espositivo dove il personale delle Ogr è stato molto disponibile e attento. Meriterebbe che fosse così fin dall’inizio.

    Spero che si pensi concretamente alla proposta ventilata dalla nuova amministrazione comunale di mantenere «Fare gli italiani» come mostra permanente a Torino.

  2. Susanna Aruga says:

    Sono d’accordo con Emanuele per quel che riguarda la mancanza di un’area dedicata ai Santi Sociali e al Volontariato, che in Italia, e soprattutto a Torino, ha da sempre una grande rilevanza storica, culturale e sociale. Negli ultimi tempi grazie alla mia mansione lavorativa mi occupo di coloro che svologno del volontariato e credo che dedicare un’area tematica anche a questo mondo sarebbe potuto essere un ottimo spunto di riflessione. Parallelamente trovo che siano state un po’ sacrificate le tematiche della Letteratura, della Musica e dello Sport. E’ vero che ognuno dei tre è in qualche modo accennato sui pannelli di plexiglass utilizzati per scandire la cronologia dell’evoluzione storica dell’Italia e degli Italiani, ma credo che un’area dedicata a queste tre punte di eccellenza del nostro Paese, che ci rendono “famosi” in tutto il mondo sarebbe stata quantomeno lecita.

    Riguardo all’allestimento della mostra concordo ancora con Emanuele riguardo l’alto grado di accessibilità per i disabili presente nell’esposizione, ma ho da obiettare riguardo qualcosa di semplice: l’altezza delle bacheche espositive nelle diverse aree tematiche. Ci sono molti bambini (soprattutto delle elementari) che visitano questa mostra, e non tutti sono già alti 1.50m per poter visionare il contenuto delle bacheche. Credo sarebbe bastato semplicemente rendere trasparente la “parete” laterale verso il perscorso di visita in modo che tutti avessero la possibilità di vederne l’interno.

    Per quel che invece riguarda il percorso di inclusione/esclusione, sinceramente ho fatto fatica a ritrovarmi in questa logica. Una seconda visita mi serebbe senz’altro utile a vedere cose con occhi nuovi o magari notarne alcune che mi sono sfuggite, ma devo ammettere che tutto quello che ho visto l’ho percepito come inclusivo a priori. A partire dall’allestimento della mostra in sé, che convoglia percorsi di visita guidati ma tuttosommato liberi – in quanto inseriti in uno spazio ampio che permette a gruppi interi di persone di muoversi insieme -, fino ad arrivare a tutto ciò che è esposto. Uno qualsiasi degli elementi che osservabili è senza dubbio parte del nostro patrimonio identitario in quanto abitanti di questo Paese: che il singolo pezzo includa la nostra esperienza personale o meno credo che il presupposto sia comunque quello di dimostrare che tutto quello che fa parte della storia del nostro Paese – positivamente o meno – sia da ritenere fondante per gli individui che siamo oggi. La costruzione dell’identità degli Italiani è un percorso molto lungo e fruttuoso, ma che, a pensarci bene, non potrà mai avere fine (catastrofi universali escluse). Quindi il termine identitario “Italiano” comprende tutto quello che il nostro Paese è, è stato e sarà senza esclusioni: capire questo credo sia il modo migliore per riuscire a percorrere la strada più giusta d’ora in poi. Non si può negare l’evidenza dei fatti, allora forse è meglio accettarla, prendersene la responsabilità e andare avanti: fare gli italiani vuol dire anche questo.

    Riassumendo l’esperienza credo di poter dire di essere molto soddisfatta e orgogliosa che a Torino si possa prendere parte ad una mostra del genere, che vorrei davvero rimanesse qui in maniera fissa perchè gli italiani non dimentichino mai chi sono e chi sono stati, e per tutti coloro che vengono da un altro Paese a fare i turisti o per diventare parte della nostra vita quotidiana ci sarebbe molto da scoprire a nostro proposito. E chissà che ai festegiamenti dei 200 anni non si possa aggiungere una nuova area tematica che rispecchi unabitudine consolidata dal nome “Italia multietnica – perchè Italiani sono anche tutti coloro che decidono di esserlo” .

  3. beatricemaolucci says:

    “Fare gli italiani” è una mostra multimediale, creativa, tecnologica e realmente spettacolare che mette al centro la storia e le tradizioni degli italiani. Essa ci vuole raccontare come “siamo diventati italiani” e come “abbiamo fatto l’Italia”, cosa ci ha uniti e cosa divisi, quali sono state le nostre peculiarità, quali i nostri punti di forza, quali le nostre debolezze.
    E’ una mostra interattiva, che gioca a rendere il visitatore partecipe, includendolo nella mostra stessa e volendo così sottolineare quanto gli italiani siano stati i protagonisti assoluti nell’evoluzione della nostra nazione.

    La mostra si sviluppa seguendo due fila intrecciate e a mio parere non parallele (le isole si intersecano con il filo cronologico e proseguono di pari passo):
    1. Il percorso attraverso i pannelli storici, che tratta gli avvenimenti più importanti della storia italiana, dall’Unità fino ai giorni d’oggi
    2. Il percorso delle 13 Isole Tematiche, che mostrano i fenomeni che hanno maggiormente influito nella costruzione dell’Italia che oggi conosciamo, quelli che hanno favorito l’integrazione e quelli che l’anno ostacolata.
    Proprio qui si allaccia un’interessante chiave di lettura della mostra: tra inclusione ed esclusione, tra ciò che ha contribuito ad includere gli italiani, ad unirli, e ciò che invece ha escluso ed allontanato. Ogni isola può essere letta secondo questo punto di vista binario, è un peccato che un tema così interessante non sia stato forse abbastanza sviluppato o tenuto troppo in sordina dai curatori, diversamente da quanto sia dichiarato nelle intenzioni.
    Proviamo ad analizzare nello specifico, ad esempio, la seconda guerra mondiale che può essere letta sia come fenomeno includente, si pensi al forte nazionalismo sviluppatosi con il fascismo, sia escludente, si pensi alla resistenza, al post guerra, agli ideali infranti, alla delusione nel cuore degli italiani… che però si sono uniti nel dolore e, insieme, hanno guardato e marciato avanti. Si pensi alla Chiesa come fenomeno includente nell’unirci sotto un solo credo, si pensi all’escludenza nelle persecuzioni e uccisioni nei confronti di chi praticava un credo diverso o nei confronti di chi viene etichettato “un diverso” dall’istituzione ecclesiastica; lo stesso per la partecipazione politica, uniti sotto uno stesso partito contro chi la vede diversamente da noi; e si pensi ancora alla mafia, cancro italiano eppure così unita al suo interno; alle emigrazioni degli italiani inclusi e uniti in altri paesi e alle immigrazioni degli extracomunitari, difficilmente integrabili nella nostra “vecchia cultura”; dalla scuola di ieri, scuola di élite, scuola di esclusione, alla scuola d’oggi, vicina all’inclusione, ma che a volte sembra “ricadere” quando, ad esempio, si parla di creare classi diversificate per bambini italiani e stranieri (unita nelle manifestazioni degli studenti).

    E’ una mostra davvero interessante, che ti rende partecipe aiutando a comprendere.
    Trovo geniale l’idea di rendere i pannelli storici trasparenti posizionando al loro interno oggetti tipici dell’area tematica e del periodo storico trattato;a mio avviso infatti, l’oggetto attira l’attenzione del pubblico che, avvicinandosi per osservare meglio, sarà spinto anche alla lettura delle indicazioni storiche per curiosità di approfondimento. Diversamente il rischio dei pannelli museali è sempre quello che il visitatore tenda a leggere approfonditamente i primi trascurando via via i seguenti, fino a direttamente saltare gli ultimi, ho trovato invece questo escamotage ben riuscito.

    Penso che la mostra intenda parlare a qualunque tipo di pubblico, di fatto però ritengo che sia adatta ad un pubblico giovane o adulto. In questo ritengo che la mostra stessa possa essere considerata includente nell’inglobare il visitatore e renderlo protagonista partecipe, ma allo stesso tempo escludente nei confronti di un pubblico anziano, forse troppo tecnologica per i nostri nonni, non credete?
    Inoltre alcuni exhibit interattivi non sono dichiarati, viene data per scontata la conoscenza della loro funzionalità, sto pensando alla lavagna tuch screen dell’isola “La scuola” o al libro tuch screen del “La Chiesa”, non è segnalato neanche che siano exhibit interattivi, qualcuno potrebbe non scoprirli e privarsi di una parte molto piacevole dell’esposizione.

    Infine dal mio punto di vista, non ho potuto evitare di notare la mancanza della tematica Musica. Non pensate anche voi che la nostra musica abbia contribuito a “fare gli italiani”? Alcune canzoni ben ci caratterizzano e rappresentano, se fosse stato per me, avrei dedicato alla musica un’intera isola tematica, e come ha ben sottolineato Emanuele, anche alla letteratura italiana. Ma anche non volendo far prendere alla musica tutto questo spazio, si sarebbe potuto farla filtrare in alcune isole, se non tutte, come un filo conduttore, ogni epoca storica simboleggiata da una canzone… oppure ogni isola con la sua colonna sonora.

  4. beatricemaolucci says:

    Chiedo venia, rileggendo mi sono resa conto troppo tardi di essermi dimenticata nella battitura un “H” di “hanno”…che brividi…

  5. Intervengo nuovamente in risposta alle colleghe Susanna e Beatrice.

    Personalmente non credo che gli anziani possano avere difficoltà in una mostra del genere; come ho sottolineato precedentemente ritengo che molti richiami ad episodi, usi, costumi o consumi del secolo scorso rappresentino per essi molto più di quanto possano significare qualcosa oggi, per un giovane o un adulto.

    Letteratura, musica e sport sono sicuramente presenti ma in maniera meno palese e dedicata. Concordo quindi con le colleghe esattamente come sull’idea dei prossimi festeggiamenti (Italia 200) dove nel descrivere l’identità italiana si dovrà sicuramente tenere presente degli italiani originari di altre nazioni.

  6. Meriterà tornare alla mostra per provare il dispositivo di raccolta immagini (in foto sotto): questo sì che sarà più complicato da comprendere per i nostri vecchi.
    Foto:
    https://picasaweb.google.com/lh/photo/8CICVVSYuMfNGuz4W3_k3dyfYEl0UGB_7gywBsQScBw?feat=directlink

  7. giovannagennatiempo says:

    Riguardo alla mancanza di un’area tematica come lo sport, vi lascio lo spot che andò in onda sulla rete statunitense NBC prima delle olimpiadi invernali 2006: http://youtu.be/sBiL2VLPmFo

  8. francescapitera says:

    Come hanno già accennato i miei compagni, spero vivamente che questa mostra non venga smantellata alla fine dei festeggiamenti dei 150 anni d’Italia, ma anzi divenga permanente in modo che le persone, me compresa, possano – quando avranno tempo e voglia – rivisitarla per ricordarsi cosa vuol dire essere italiani.
    “Fare gli italiani” è un’esposizione che ho apprezzato molto, ha molti aspetti positivi e innovativi e qualche pecca che con qualche accorgimento si può facilmente correggere.
    Mi è piaciuta molto la scelta del percorso e quindi l’idea di lasciare il visitatore girare liberamente senza che comunque tralasciasse nulla. All’inizio questo tipo di allestimento mi ha lasciata un po’ spiazzata forse perchè sono sempre stata abituata a visitare musei per così dire “tradizionali”, dove il percorso era uno e prestabilito, ma jo apprezzato l’effetto complessivo.
    Inoltre, mi è piaciuta l’idea di comprendere all’interno della mostra isole prettamente storiche e aree dedicate ad un tema specifico (i trasporti, le fabbriche, la chiesa, etc.) con pannelli cronologici “a forma di onda” (forse indicano lo scorrere del tempo?) con la funzione di non far perdere il filo al visitatore.
    Per quanto riguarda le isole monotematiche avrei aggiunto anch’io, come hanno suggerito i miei compagni, aree dedicate alla letteratura, alla musica, allo sport e alle arti in generale poichè il nostro paese è conosciuto all’estero soprattutto per questi elementi (più altri spiacevoli sui quali non mi soffermerò!).
    Ringrazio Susanna per quanto riguarda il riferimento all’Italia multietnica: effettivamente non mi era venuto in mente, ma penso che un’area del genere oggi sia abbastanza necessaria e spero che tra cinquant’anni, durante i festeggiamenti di Italia 200, essa venga aggiunta a fronte di una totale – spero – integrazione.

    Per quanto riguarda le pecche, esse secondo me non sono di carattere concettuale e teorico, quanto più pratiche. Come ho già accennato un paio di volte nei miei post nella sezione dedicata alle isole tematiche, penso che i dispositivi interattivi dovrebbero essere segnalati, magari con una “manina” (simbolo di usabilità) e con un pannello informativo che spieghi cosa bisogna fare, poichè essi purtroppo si trovano di rado nei musei e nelle mostre italiane a carattere storico e sono più frequenti nelle esposizioni su temi scientifici e tecnologici.
    Inoltre penso che, come hanno già accennato i miei compagni nei post precedenti, sarebbe utile un maggior numero di guide presenti durante tutto il percorso e non soltanto verso il fondo (dall’isola dei trasporti in poi) proprio perchè essendo un allestimento molto libero, esse sarebbero d’aiuto ai visitatori più spaesati.
    Un’ultima puntualizzazione: all’interno delle teche si trovano molti oggetti, fotografie, reperti interessanti ed essendo a misura d’uomo, esse spesso risultano quasi non visionabili a causa delle varie “ditate”.

    In conclusione, posso solo dire – per quanto mi riguarda – che ho provato un forte senso di inclusione girovagando per la mostra e penso che questa sensazione che ha pervaso tutti (o quasi) noi sia conseguenza dell’esclusione tipica dell’Italia pre – unitaria, la quale attraverso i vari processi “narrati” durante il percorso di visita, ci ha portati dove siamo oggi.

  9. danielepilato says:

    Vedo che la mostra Fare gli italiani è piaciuta a tutti i miei compagni.
    La mia opinione generale sulla mostra la si può ritrovare nei commenti alle varie isole ma cercherò di riassumerla qui. Innanzitutto vorrei sottolineare, come hanno fatto altri prima di me, le mancanze e le assenze di questa mostra e non parlo solo di isole dedicate a musica e sport (e perchè non alla lingua italiana?) ma anche delle carenze interne alle isole (non vi sembra strano che da nessuna parte si senta l’Inno di Mameli?). I temi sono spesso molto vasti e vengono esauriti in poco spazio e con allestimenti a volte poco evocativi; pochi sono i casi in cui, per quanto lo spazio sia lo stesso e l’idea molto semplice, l’installazione dell’isola è sufficientemente riassuntiva del concetto che si vuole far passare (per esempio Cominciò con loro, Pittori e patrioti, Le migrazioni, La prima guerra mondiale, La partecipazione politica, Le mafie e I trasporti). So bene che riassumere 150 anni di storia e tradizioni non è facile e richiederebbe dieci volte la superficie delle OGR, però forse qualcosa di meglio si poteva fare. Per quanto riguarda i pannelli cronologici, il discorso è simile: non li ho letti tutti ma mi ricordo di come uno o più anni siano stati ridotti a poche righe e alcuni direttamente cancellati.

    Il rapporto tra pannelli e isole è molto controverso: le isole seguono un ordine cronologico? i due elementi sono slegati? A volte sembra che le isole vadano di pari passo con lo scorrere del tempo ma alcuni temi sono molto generici e potrebbero avvolgere tutti i 150 anni di storia con i loro cambiamenti (La scuola, La chiesa, Le migrazioni, etc.).

    Da qui parte un ulteriore riflessione sul carattere storico o meno della mostra. Credo che sarebbe stato più opportuno puntare alla completa inclusione dei visitatori, facendo leva sui ricordi di vita del pubblico e su ciò che ci rende italiani. Per quanto una persona possa aver vissuto la migrazione, per esempio, passando per l’isola tematica dedicata non sente quell’emozione, positiva o negativa, legata agli anni passati, all’integrazione e al lavoro. Probabilmente la mia idea della mostra è molto banale e punta ad arrivare al pubblico nel modo più semplice possibile, ma credo che in una società slegata come la nostra, unita solo quando l’Italia gioca i Mondiali di calcio, sarebbe stato bello sentirsi “patriottici” anche per la nostra storia, purtroppo spesso caratterizzata dall’esclusione, che ci accompagna tutt’ora.

    Per farvi capire meglio cosa voglio dire, concludo il mio commento con il video di un live del 2008 di Ligabue all’Arena di Verona, al quale ho assistito. La canzone Buonanotte all’Italia, con il relativo videoclip(http://www.youtube.com/watch?v=_bANQ2wWs6g), fa capire meglio di tutte le mie parole quello che intendevo, quell’emozione che manca in Fare gli italiani. Sullo schermo del palco comparivano le foto di personaggi e avvenimenti della storia italiana che hanno strappato grandi applausi e qualche lacrima al pubblico in arena. Scorrevano le immagini positive di De Andrè, Gaber, Alberto Sordi, Totò, Sofia Loren, Benigni, Enzo Biagi, il presidente Pertini, le vittorie dei mondiali del 1982 e del 2006, ma anche le stragi mafiose, le morti di Falcone, Borsellino, Aldo Moro e il lato negativo della nostra nazione. Nel bene e nel male, in quel momento, mi sono sentito italiano.

  10. valeriavittoriabucelli says:

    La mostra “Fare gli Italiani” è caratterizzata da due percorsi paralleli. Il primo, di tipo cronologico, ripercorre la storia del nostro Paese tramite una sequenza di date che richiamano gli avvenimenti di ordine politico, economico, scientifico, culturale e religioso che hanno caratterizzato la vita degli italiani. Il secondo percorso è, invece, costituito da tredici aree tematiche, ognuna delle quali presenta un argomento differente. Le isole tematiche sono inserite all’interno del percorso cronologico, in modo da creare un collegamento tra i vari argomenti trattati e il periodo storico in cui hanno avuto maggiore valenza.

    L’obiettivo della mostra è quello di ripercorrere la storia d’Italia mettendo in evidenza i processi di inclusione ed esclusione che l’hanno caratterizzata. Durante i 150 anni che sono trascorsi da quando l’Italia è stata unificata, si sono verificati molti episodi che hanno portato all’esclusione di parte dei nostri concittadini. Basti pensare ai fenomeni di razzismo nei confronti degli ebrei che hanno avuto luogo durante il regime fascista, o alle discriminazioni che hanno dovuto subire i meridionali che si trasferivano al nord per lavorare. La mentalità degli italiani è, almeno in parte, cambiata, anche se ancora oggi stiamo vivendo un fenomeno simile nei confronti degli immigrati che si trasferiscono nel nostro Paese. Purtroppo il razzismo, in Italia, è ancora presente. Spero che, nel giro di pochi anni, l’Italia diventi un Paese multietnico e multiculturale, senza che nessuno si debba più sentire escluso.

    Come già scritto dai miei compagni, ci sono alcuni temi che non sono stati trattati nel corso della mostra. Avrei dedicato un’area alla letteratura italiana, con particolare riferimento agli scrittori che hanno ricevuto il Premio Nobel (Giosuè Carducci, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, Dario Fo). Poco trattato è anche il tema della Musica e dell’arte in generale, i quali meriterebbero un maggiore spazio espositivo.
    Altro difetto è la mancanza di un’area dedicata allo sport: per quanto possa essere considerato poco gratificante dai suoi detrattori, il calcio, durante i campionati Mondiali ed Europei, ha la capacità di farci sentire molto più italiani. Un riconoscimento, non al singolo club, ma alla Nazionale italiana, sarebbe stato necessario.

    Come già accennato nei post che ho scritto in riferimento alle diverse aree tematiche, un difetto della mostra è la mancanza di guide vicino agli oggetti multimediali. Purtroppo le postazioni multimediali non erano segnalate e quindi alcune mi sono sfuggite. Se non è possibile avere una guida vicina a ogni dispositivo, sarebbe utile posizionare un pannello esplicativo che indica la presenza dell’oggetto multimediale e ne spiega il funzionamento.

    La visita alla mostra “Fare gli Italiani” ha creato in me un forte senso di inclusione. Lungo le diverse aree ho potuto ripercorrere gli avvenimenti che hanno portato alla nascita e all’evoluzione del nostro Paese. Spero che la mostra possa rimanere aperta oltre la data di chiusura fissata per novembre e possa diventare un museo permanente. Si potrebbe creare un museo in “evoluzione” in cui, col passare degli anni, vengano inseriti nuovi pannelli cronologici e nuovi oggetti collegati ai cambiamenti che modificano il nostro Paese.

  11. stefanoguidotti says:

    Vorrei cominciare la mia riflessione dalla fine del percorso: il corridoio circondato da pannelli sui quali sono proiettate delle persone che aleggiano su uno sfondo bianco. Ecco la foto (di scarsa qualità perché scattata col cellulare, dato che la batteria della macchina fotografica mi aveva abbandonato poco prima): https://picasaweb.google.com/100285776007127767139/OGRFareGliItaliani?authkey=Gv1sRgCOK4ndXWkJKE9gE#5614768572936831890
    La galleria finale chiude il cerchio aperto dalla sala “Cominciò con loro”. All’inizio, i padri fondatori, busti statici e rigorosi, che rappresentano le nostre solide fondamenta; alla fine, persone comuni sospese e volanti, cioè tutti noi, figli della nostra Storia e proiettati con dinamicità verso un futuro in continuo cambiamento. In questa zona è presente anche un cartellone con una serie di parole, che ho inteso come i valori del passato, del presente e le nuove sfide per il futuro degli italiani.
    Probabilmente, i visitatori, ormai stanchi alla fine dell’esposizione, percorrono velocemente l’ultimo tratto verso l’uscita, ma sicuramente l’immagine dei personaggi volanti resta impressa nella loro mente. Ripensando alla mostra a posteriori, quest’area è stata quella che mi ha maggiormente trasmesso un senso d’identità costruita nel tempo, ma necessariamente in continua evoluzione. Tuttavia, la resa di questo significato non sarebbe stata possibile senza tutto il percorso precedente. Anche la location è coerente con questa interpretazione: un’officina che mostra i processi di formazione degli italiani, un cantiere aperto a percorsi e interpretazioni soggettive e verso il futuro.

    Per dare un giudizio personale complessivo sulla mostra, penso sia necessario conoscere le intenzioni dei curatori, per poterle paragonare con ciò che i visitatori hanno percepito. L’intervista a Walter Barberis, presente su Youtube e postata da Giovanna nella Home delle Isole Tematiche, illustra in modo sintetico ed esaustivo i contenuti, i significati e il percorso della mostra.
    Nel video, Barberis afferma che l’obiettivo principale dell’esposizione è trasmettere il modo in cui gli italiani hanno vissuto i più importanti eventi e fenomeni sociali che hanno segnato la loro Storia: “Fare gli italiani” vuole mostrare come eravamo e come siamo. Il curatore descrive l’innovativo percorso multimediale, libero e personalizzabile per i visitatori, accennando anche alle tematiche dell’esposizione e alle macrocategorie inclusione/esclusione.
    Come ho già scritto nei commenti alle isole tematiche, penso che le intenzioni non siano state completamente realizzate. Ad esempio, le aree dedicate alle due guerre mondiali non mi hanno trasmesso quasi niente di specifico rispetto all’esperienza e all’identità italiana, e l’allestimento non comunica né inclusione, né esclusione. Questi due processi sono recuperabili e applicabili al tema da parte dei visitatori solamente grazie alle loro conoscenze pregresse. Sicuramente, nei pannelli cronologici è possibile ritrovare tutti i più importanti avvenimenti della Storia d’Italia, ma data la promozione di questa mostra come innovativa, interattiva e multimediale, sarebbe dovuto essere l’allestimento degli oggetti e dei dispositivi a comunicare direttamente questi significati.

    In altre aree, la scenografia e gli strumenti riescono ad essere pienamente evocativi, esaurendo da soli la trasmissione di tutti i significati, inclusivi ed esclusivi; mi riferisco soprattutto alle isole: Le campagne, Immagini e Immaginario, Le migrazioni, Le mafie, I trasporti e I consumi.
    Gli attrezzi e i trattori trasmettono bene l’identità del mondo contadino. Foto: https://picasaweb.google.com/lh/photo/cajTe75iw9I87ouTD84_csrR95g8t9x-uwtPbdpf2qI?feat=directlink
    Le migrazioni trasmettono la fatica dei migranti, i quali hanno cercato di cambiare il loro futuro e quello dei loro figli, contribuendo a costruire l’identità delle generazioni successive.
    I consumi hanno omologato gli italiani, ma creato anche dei fenomeni di esclusione per coloro che non potevano permettersi economicamente certi prodotti. Inoltre, ho apprezzato la scelta di inserire l’isola dedicata ai consumi e quella dei mezzi di comunicazione di massa nella stessa sala: come si nota anche dai manifesti pubblicitari presenti, i due temi sono strettamente collegati.

    Barberis accenna anche all’importanza tematica del Fascismo e della Resistenza; tuttavia, penso che nella mostra non si sia sviluppato coerentemente questo proposito. Anche se il Fascismo rimane la più brutta pagina della nostra Storia, ha segnato profondamente l’Italia e non avrei esitato a metterlo in evidenza, dedicandogli un’intera isola tematica, nella quale si sarebbero potuti evidenziare efficacemente i processi di inclusione ed esclusione. Il Fascismo, invece, viene trattato trasversalmente al percorso, soprattutto nell’isola della Scuola, data l’opportunistica attenzione con cui il Regime si è occupato di quest’istituzione.
    Foto del video sul Fascismo agrario nell’isola delle Campagne: https://picasaweb.google.com/lh/photo/I4Jh3m0Bj72YcZ5MGHnmysrR95g8t9x-uwtPbdpf2qI?feat=directlink
    Lo stesso discorso vale per la Resistenza, che poteva diventare una protesi importante dell’isola sulla Seconda Guerra Mondiale.
    Se penso all’identità italiana e al patrimonio storico e culturale nazionale, Fascismo e Resistenza balzano subito alla mia mente. Sarebbe stato ancor più interessante vederli trattati e rappresentati in modo originale e interattivo, facendo in modo di raccontarli attraverso gli occhi degli italiani, a differenza di tutte le altre classiche esposizioni storiche al riguardo.

    Gli interventi precedenti dei miei compagni hanno fatto notare la mancanza di aree relative alla letteratura e alla musica: avrei creato un’isola tematica dedicata all’Arte italiana che racchiudesse il tutto. Inoltre, concordo con Valeria: il calcio è uno sport al quale la maggior parte degli italiani è molto legata ed è una caratteristica che ci contraddistingue agli occhi degli altri Paesi. L’ipotetica isola sul calcio sarebbe rientrata agevolmente nella linea espositiva scelta dai curatori, perché avrebbe potuto raccontare i processi di appartenenza, unione, rivalità ed esclusione che questo sport crea negli appassionati, essendo un fenomeno sociale di notevole importanza.
    L’isola sullo sport sarebbe stata anche uno di quegli spazi che avrebbero contribuito ad incrementare la componente emozionale della mostra: sono d’accordo con Daniele quando dice che questa dimensione manca quasi del tutto.

    “Fare gli italiani” è riuscita nell’intento di creare un percorso innovativo con ampi spazi e alcune ottime soluzioni multimediali e interattive. Ho apprezzato particolarmente i suoni tematici che rendevano suggestiva l’ambientazione, anche se si sarebbe potuto sviluppare ancora meglio quest’elemento, in linea con una maggiore emotività.
    Non dico che la mostra avrebbe dovuto puntare su facili sentimentalismi, ma senza dubbio, a percorso terminato, ho provato una sensazione di vuoto e di astrattezza, soprattutto nei contenuti: un’esperienza che mi ha lasciato un certo amaro in bocca e non mi ha soddisfatto a pieno.
    È una mostra alla quale manca un po’ di luce, di vivacità e di calore. Probabilmente, influiscono anche gli ampi spazi dispersivi e poco accoglienti, nonché quel tipo di freddo coinvolgimento che producono i dispositivi interattivi. Gli allestimenti basati sulle nuove tecnologie della comunicazione sono una grande opportunità per i musei, ma se non si riesce ad integrarli in un contesto efficace, restano un gradino sotto le esposizioni tradizionali. In particolare, penso che la mostra sarebbe dovuta riuscire a veicolare l’immagine dell’Italia dal punto di vista degli italiani (oggetti, ricordi, racconti), e a utilizzare in questo senso gli strumenti multimediali.
    Secondo me, l’Italia è passione, e “Fare gli italiani” non la comunica.

  12. Susanna Aruga says:

    Volevo aggiungere qualcosa rispetto a quanto detto da Daniele riguardo l’assenza dell’Inno di Mameli. Credo che questa scelta sia voluta, principalmente per due motivi: il primo è in rapporto ad Esperienza Italia 150 in cui si inserisce la mostra, mentre il secondo riguarda più esplicitamente la mostra stessa.

    Esperienza Italia 150 punta a focalizzarsi sul processo di unificazione del Paese e dei suoi abitanti passando per tematiche classiche e a volte controverse e in questo si concentra su fatti e persone che hanno contribuito al processo stesso. In questo contesto l’inno è utilizzato nei momenti più solenni ed istituzionali: l’apertura (e immagino la chiusura) dei festeggiamenti, l’arrivo di corpi militari particolari, la presenza di istituzioni nazionali sul territorio e così via. A mio parere inserirlo nella mostra sarebbe stato un po’ eccessivo e troppo autocelebrativo.
    Per come l’ho vissuta io, la mostra punta a parlare dell’ “italianità” in modo più critico e meno classicamente patriottico (altrimenti sarebbe coerente inserire un’area dedicata ai partigiani ed eliminare quella sulla mafia – che per quanto rappresentativa di qualcosa di molto presente nel nostro Paese è un tema che non ci rende orgogliosi, tranne quando viene “ferita” – ). Essa vuole focalizzarsi su argomenti che spesso generano dibattito e su questioni che ci portiamo avanti anche da un secolo e mezzo. L’inserimento di una musica particolare e ben riconoscibile da tutti credo inoltre che avrebbe rischiato troppe distrazioni.

    Amo l’inno d’Italia, ma con tutte le riflessioni, anche critiche, che mi sono affiorate alla mente durante la visita, sinceramente in quell’occasione non avrei avuto voglia di cantarlo “a cuor leggero” come invece faccio di solito quando il mio Paese (e non il calcio) me ne dà l’occasione.

    (Ma in realtà sono curiosa, Daniele tu dove l’avresti inserito l’Inno?)

  13. veronicamolinari says:

    La mostra “Fare gli italiani” ha avuto su di me un impatto molto significativo: mi ha spinta a riflettere, a dare interpretazioni, conclusioni e, soprattutto, mi ha permesso di arricchire il mio “bagaglio culturale” in diversi ambiti, o meglio epoche, di cui ho un inquadramento generale e non specifico.

    L’idea di articolare il “viaggio” del visitatore attraverso pannelli storici cronologici è molto efficace, in quanto, permette al visitatore di contestualizzare le diverse “isole tematiche” che incontrerà poi successivamente e vedere come queste abbiano contribuito a determinati avvenimenti, a determinate azioni volte a fare l’Italia, e di conseguenza gli italiani, oppure in cosa hanno ostacolato ed allontanato.
    Molto suggestivo è anche il percorso, che, secondo me, è libero entro certi limiti, in quanto il visitatore può, per ciascuna sezione, decidere da “che parte cominciare” e quindi può soffermarsi principalmente su ciò che maggiormente gli interessa; però è comunque costretto a seguire un percorso prestabilito, che collega, tra loro, le varie isole e per giungere alla fine non può tralasciarne nessuna.

    Tuttavia, come buona parte dei miei colleghi, anch’io ho riscontrato qualche difficoltà nell’interpretare correttamente il funzionamento delle attività interattive inserite: sicuramente qualche segnalazione sarebbe stata utile, almeno nelle fasi iniziali dell’allestimento, in modo da rendere più “accorto” il visitatore e fargli capire che la sua presenza nella mostra non è passiva, ma totalmente attiva.

    In conclusione, ritengo che quest’esperienza è stata davvero molto interessante, sia per l’allestimento alle Ogr, originale e assolutamente innovativo, sia per il lavoro svolto qui, in quanto trovo che siano emerse interpretazioni, idee e curiosità decisamente singolari.
    Sicuramente, una seconda visita all’esposizione è “di dovere”, e, sicuramente, farà “saltar fuori” qualche nuovo elemento o qualche nuova riflessione/considerazione.

  14. Partiamo dall’inno di Mameli – Novaro, rispettivamente autori di poesia e musiche; dato che non è presente alle Ogr ma è inserito al Museo del Risorgimento non mi resta che postarvi qui la foto del manoscritto autografo (senza la presenza della guida anche in quel contesto si sarebbe un po’ perso tra mille altri oggetti):
    https://picasaweb.google.com/lh/photo/jKbgbs4MUVqNQyTvWJrQH1ZROB0AiFE-UMbTYlwpwYA?feat=directlink
    (NB. Al Museo del Risorgimento le foto sono vietate ai visitatori, alle Ogr no)

    Un aspetto da sottolineare positivamente, sebbene in misura più modesta rispetto al Museo del Risorgimento, è la possibilità di toccare gli oggetti esposti. Questo approccio alla mostra è molto caratterizzante a Palazzo Carignano dove la possibilità di toccare statue, riproduzioni e oggetti è indicata nei pannelli e apprezzata sia da visitatori ciechi o ipovedenti ma anche per normodotati (chiudendo gli occhi). Vedi foto sotto:
    https://picasaweb.google.com/lh/photo/gEVZfWJ5-aYC7mkIkNh3G1ZROB0AiFE-UMbTYlwpwYA?feat=directlink

    Spezzando una lancia a favore della mostra “Fare gli italiani” va detto che essa è inserita in un contesto più ampio: Esperienza Italia 150. Per questo ho citato il Risorgimento ma oltre ad esso ci sono Stazione Futuro e Artieri domani (sempre alle Ogr), poi La Bella Italia (arte e identità delle città capitali), Palazzo Madama, il Museo dell’Automobile, Moda in Italia, Leonardo – Il genio il mito e altre ancora a Torino e Venaria. Insomma, sono certo che avendo una visione globale di tutta la potenzialità espositiva delle mostre, i nostri commenti sarebbero stati diversi.

    L’esito del nostro focus group però conferma una mia perplessità: riempire i festeggiamenti con tante mostre diverse e lontane geograficamente può risultare dispersivo. Inoltre, come siamo stati tentati di fare noi studenti, il rischio di questa scelta può far considerare ogni singola mostra o museo un a sè. Forse le precedenti manifestazioni (1911 e Italia ’61) avevano concentrato maggiormente in un’unica zona della città le iniziative e le esposizioni mentre oggi Torino ha cercato di unire luoghi lontani e non sempre (forse volutamente?) connessi e collegati.

    Un ultimo accenno ai loghi: Esperienza Italia 150° ha avuto la meglio ma dove è finito Italia 150 (vedi link sotto)? Non credo sia stata una scelta vincente quella di presentare loghi diversi per la stessa manifestazione.
    Link al logo:

  15. stefanoramondetti says:

    Partendo dal presupposto che una sola visita non è sicuramente sufficiente per cogliere tutta la ricchezza di contenuti e di significati di questa mostra, la prima impressione che mi viene in mente riguardo alla visita è stata quella di un non pieno coinvolgimento. Come ricordato da Emanuele, lo scopo della mostra è quello di «produrre conoscenza storica, consapevolezza e appartenenza»: penso che l’obiettivo sia stato raggiunto solo in parte. Se, infatti, alcune aree lo centrano in pieno, riuscendo a “dosare” nel modo giusto i vari elementi (in particolare quelle sulla mafia, sui consumi, sui trasporti, sul mondo agricolo), altre a mio parere non trasmettono quello che era nelle intenzioni dei curatori, forse per l’ampiezza degli argomenti trattati, o forse perchè non fanno leva (o non abbastanza) su quegli elementi che avrebbero potuto sollecitare il processo di inclusione – esclusione ed in generale un interesse “partecipe” del visitatore.

    Per quanto riguarda invece il coinvolgimento attivo, “partecipativo”, il rapporto tra visitatore e mostra, ho apprezzato, anzi, per la maggior parte dei casi è più giusto dire avrei apprezzato, i vari dispositivi interattivi: le idee di base sono davvero buone, ma nella maggior parte dei casi non sono segnalate adeguatamente, né tramite dei simboli né tramite l’intervento degli addetti. Si tratta di una questione, secondo me, della quale tenere conto, poiché la maggior parte dei visitatori (tra cui il sottoscritto) non è ancora pienamente abituata all’idea di poter entrare in contatto diretto con gli oggetti esposti, in particolare in una mostra a carattere storico: mettere maggiormente in evidenza il fatto che alcuni oggetti possono essere utilizzati in modo attivo aiuterebbe sicuramente ad aumentarne il livello di fuizione arricchendo così in modo significativo l’esperienza della visita.

    Mi trovo d’accordo, infine, con i giudizi dei miei compagni quando evidenziano l’assenza di alcune tematiche che invece avrebbero meritato, a mio avviso, di essere incluse nella mostra: come già espresso nella sezione sulla seconda guerra mondiale, mi ha per esempio stupito non poco la mancanza di un area dedicata al periodo fascista e, strettamente legata ad esso, sulla resistenza (come sottolineato anche da Stefano G.); così come avrebbero aumentato il livello di inclusione e coinvolgimento del visitatore aree dedicate alla letteratura ed allo sport, che hanno contribuito non poco (quest’ultimo costituisce anzi una delle ormai rare espressioni di unione ed orgoglio nazionale) al processo di formazione del popolo italiano.

  16. A proposito di accessibilità di musei. Oltre alla ventennale esperienza del Museo Egizio di Torino, da oggi è possibile effettuare un percorso tattile anche al Santuario della Consolata. Ecco le foto dell’inaugurazione: https://picasaweb.google.com/santisociali/Consolata28Giu2011FotoDiEmanueleFranzoso?feat=embedwebsite

  17. chiararomanelli says:

    A mio parere i due percorse della mostra (quello cronologico e quello tematico) sono perfettamente integrati l’un l’altro e di semplice comprensione. Non si notano forzature o fratture. Nel complesso ho trovato la visita decisamente godibile, con spazio a momenti di riflessione, di svago e di socializzazione. I vari exibit, infatti, permettono l’interazione con gli altri co-visitatori: fattore fondamentale per permettere al pubblico di godere appieno dei dispositivi presentati.

    Anche la collocazione del museo all’interno delle OGR a mio parere è stata un’ottima scelta, sia per quanto riguarda il significato storico della struttura che per la sua articolazione dello spazio interno. L’unica pecca potrebbe riguardare la lontananza rispetto al centro storico della città, la quale potrebbe scoraggiare molti turisti dall’effettuare la visita.
    Sarebbe positivo per la città di Torino, a mio parere, mantenere la mostra come permanente, magari collocandola in un’altra struttura.

    A differenza dei miei compagni non ho trovato mancanze nel numero riguardo il numero di isole tematiche. Infatti temi quali lo sport e l’arte hanno trovato loro naturale collocazione all’interno delle aree già esistenti, e la realizzazione di isole tematiche ad hoc avrebbe portato ad una ridondanza delle informazioni e ad un allungamento eccessivo della visita.

    Dal punto di vista contenutistico, ho trovato forse eccessivo il controsto fra le prime due isole rispetto al resto dell’esposizione. Probabilmente ciò è stata una precisa scelta da parte dei curatori, ma forse sarebbe dovuta essere maggiormente contestualizzata e spiegata.
    Alcune aree, come già ho notato nelle altre sezioni del blog, mostrano alcune ambiguità (in particolare quella riferita alla Chiesa e quella sulla Seconda Guerra mondiale), tanto che non si riesce a capire come i temi che esse rappresentino possano essere considerati inclusivi o esclusivi. Ad esempio nell’isola dedicata alla Seconda Guerra mondiale avevo percepito l’exibit riferito alla radio come un momento di esclusione, facendo riferimento alla propaganda fascita. Solo attraverso la lettura del documento di presentazione del museo mi sono resa conto che esso intendesse, invece, rappresentare un momento di unione.

    Come già riferito da alcuni miei colleghi, anche io avrei apprezzato un maggior numero di guide in grado di aiutare la comprensione degli exibit e delle aree, o almeno segnalazioni riguardo la presenza di dispositivi interattivi e sul loro utilizzo.
    Negativo, a mio parere, è stata la scelta di pubblicizzare, anche attraverso telegiornali, la possibilità di scaricare i materiali della mostra attraverso il proprio cellulare. In realtà ciò non è mai stato realizzato e io sono stata una delle tante persone che hanno provato un senso di fastidio e delusione a riguardo.

    Nel complesso si può dire che la mostra sia riuscita nel suo intento di produrre conoscenza e senso di appartenenza, L’articolazione delle aree non è banale e permette al pubblico una grande libertà nella realizzazione dei suoi percorsi e delle sue riflessioni.

  18. lorenzovalle88 says:

    Il mio parere riguardo alla mostra Fare gli italiani è sostanzialmente molto critico: si poteva e si doveva fare di più. Ho apprezzato diversi aspetti e molti contenuti della mostra, a partire dai magnifici dipinti della sezione Pittori e patrioti fino alle immersive scenografie delle sale dedicate alle guerre mondiali e alla mafia, ma ho provato, più volte, un senso di delusione nel visitare le varie aree. Innanzitutto, non vedo alcuna qualità positiva nelle stesse OGR: l’edificio in cui è stata allestita la mostra non è stato affatto ristrutturato o riadattato, semplicemente svuotato e riempito di nuovo. I muri sono cadenti, le finestre sono rotte, molti angoli sono polverosi. Non so se l’intento era quello di suscitare un senso di “antichità”, o se mancavano i fondi per rimettere in sesto la struttura, ma in ogni caso non l’ho gradita: mi è parsa, semplicemente, un rudere riciclato alla meno peggio.
    Riguardo ai contenuti della mostra, come ho già annotato nelle pagine delle varie sezioni, spesso mi sono parsi superficiali e insufficienti a raccontare la Storia italiana. Mancano molte tematiche importanti (su tutte, la lingua: lo strumento supremo dell’unificazione del paese) e molte di quelle presenti risultano carenti sul fronte espositivo. Inoltre non mi è mai capitato, nel corso della mostra, di emozionarmi o di sentirmi particolarmente coinvolto, anche se questo potrebbe essere un problema solo mio.
    Vorrei spendere ancora due parole sulla mostra “secondaria” Stazione Futuro (per chi non l’avesse vista: http://www.officinegrandiriparazioni.it/exhib/stazione-futuro-qui-si-rifa-italia). Mi è piaciuta molto più questa della precedente! Sarà perché preferisco pensare al futuro piuttosto che al passato, sarà perché il layout grafico dell’esposizione è chiaramente lo stesso della rivista Wired che leggo avidamente, sarà per i contenuti meno ovvi e più attuali anche a livello internazionale, Stazione Futuro mi è parsa molto più interessante di Fare gli italiani. I temi della tecnologia al servizio dell’ecologia e della diffusione dell’informazione e della cultura scientifica (http://i2.photobucket.com/albums/y24/ScizLor/P1070505.jpg) anche attraverso il gioco (http://i2.photobucket.com/albums/y24/ScizLor/P1070502.jpg) mi sono sembrati appassionanti e ben trattati, e il design delle strutture (http://i2.photobucket.com/albums/y24/ScizLor/P1070503.jpg), delle pubblicità futuristiche (http://i2.photobucket.com/albums/y24/ScizLor/P1070511.jpg, http://i2.photobucket.com/albums/y24/ScizLor/P1070512.jpg) e persino dei mobili (http://i2.photobucket.com/albums/y24/ScizLor/P1070507.jpg) è molto particolare e coerente con il modello di Wired.
    Ho apprezzato anche la terza mostra Il futuro nelle mani (http://www.officinegrandiriparazioni.it/exhib/futuro-nelle-mani-artieri-domani/), dedicata alla possibile arte di domani, per la grande fantasia e soprattutto creatività che dimostrano molte delle opere esposte.

  19. A proposito di informazioni nei musei, inserisco qui il link all’articolo relativo alle nuove didascalie del museo del Risorgimento:
    http://torino.repubblica.it/cronaca/2011/08/26/news/risorgimento_il_museo_riapre_con_le_didascalie_rinnovate-20880633/

  20. gloriamarzia says:

    Ho amato la mostra sin da subito. Il buio che avvolge ogni sala e che evoca un tempo remoto, un passato che probabilmente è l’unica cosa che ci accomuna, oggi come oggi, in quanto italiani.
    La volontà di celebrare i 150 anni di questo paese non solo ha permesso di riflettere su un passato comune, sulle brutture e sui vanti che l’Italia ha conosciuto, ma da l’opportunità di analizzare il presente come sua diretta conseguenza. é una grande occasione per chi , oggi, sembra aver perso ogni speranza perchè in un certo senso ci ricorda che la volontà del popolo è un dirittto costituzionale inviolabile che dobbiamo difendere con le unghie e con i denti.
    Nono vorrei cadere nel retorico e nel banale, ma credo veramente che la mostra abbia un fine diverso oltre che quello celebrativo, è come se ci stesse dicendo “Ehi fermati e rifletti”. Purtroppo però, la riflessione non è accompagnata da un prospettiva futura perchè la mostra non presenta alcuna attenzione “al domani”. Un gran peccato direi. Sarebbe potuta essere una grande occasione di slancio verso tempi migliori e un modo per sototlineare “Non disperare anche l’Italia ha un futuro” e magari ” fanne parte anche tu…”

  21. guidonicolaszingari says:

    Trovate un mio commento al settore della mostra dedicato alla Grande Guerra e partendo da quella mia analisi vorrei dare una mia lettura critica generale della mostra, che comunque per me rimane un “cantiere” museografico molto interessante e potente, che sfrutta tecnologie e multimedialità, sapere storico e ricerca sociale in modo abbastanza “monumentale”.
    Ecco forse voglio partire da qui : una mostra-monumento, che a tratti da la sensazione di essere in un luogo di culto, più che un viaggio museale nelle viscere della storia! In questo senso forse una retorica e una regia (sia storiografica che museografica) un pò “modernista”, ottocentesca. Il museo secondo la concezione proposta dalla mostra (nonostante un uso eccezionale, ripeto, della mutimedialità e esperienze interessanti di interattività) deve trasmettere delle conoscenze, percorsi di senso e rappresentazioni culturali (e storiche in questo caso) : camminando lungo la mostra cresce la nostra conoscenza e coscienza della nazione, tra serpenti cronologici che raccontano le esperienze che hanno diviso il paese e isole tematiche che tentano (in vano ?) di restituirci quelle che lo hanno unito. Ma l’autorialità della mostra e la compattezza del messaggio non vengono mai rimessi in discussione : non ci sono voci di italiani, storie di vita, intimità culturali e storiche che vengano a scardinare questa regia tutto sommato frontale, monologica e un pò troppo epica. …Riprenderò le mie riflessioni più avanti perché ora la lezione è finita🙂

  22. marijajurkonyte says:

    Non essendo italiana, posso confermare che anche dal punto di vista di uno straniero la mostra è un’esperienza da provare (certo, è essenziale capire l’italiano perché non ci sono informazioni in inglese). Un’ESPERIENZA, in quanto il visitatore viene coinvolto e dai primi passi fa parte del racconto dei punti più importanti episodi della storia dell’unità d’Italia. La possibilità di vivere la storia in una maniera interattiva piuttosto che rivolgere uno sguardo distaccato al passato, secondo me, è la caratteristica principale della mostra che per ogni visitatore diventa quasi un evento.

    A mio parere, la divisione della mostra in isole tematiche invece dell’ordine cronologico degli eventi rende il percorso più tangibile: ogni isola riesce a lasciare la sua impronta nella memoria, come se fossero i racconti separati che fanno parte della stessa storia. Tuttavia, il visitatore interessato ad approfondire la sua conoscenza degli eventi storici (e pronto a dedicare alla mostra un’intera giornata) non sarà deluso: “la serpente” che accompagna il percorso della mostra racconta in maniera precisa tutto quello che ha accaduto durante 150 anni di Unità.

    Ho apprezzato molto il fatto che “Fare gli italiani” non si è concentrata a raccontare solo gli episodi positivi della storia d’Unità (che potrebbe essere una tendenza molto probabile organizzando una mostra del genere e la renderebbe molto più “politica”). Secondo me, accettare e raccontare gli aspetti piuttosto dolorosi (come fanno, per esempio, le isole dedicate alle migrazioni e alle mafie) dimostra la forza e la capacità di offrire una visione abbastanza obiettiva del passato nazionale.

    Senza elencare le isole che mi sono piaciute di più o di meno, devo dire che mancavano le indicazioni generali in ognuna di esse. Il visitatore che entra per la prima volta nella mostra spesso non si rende conto in quale modo può interagire con i dispositivi e così si perde il momento di coinvolgimento.

    Il futuro non fa parte del “Fare gli italiani” e mi rendo conto che questo può lasciare il visitatore un pò perplesso (siamo arrivati fino a quì, e dopo?), ma, secondo me, è probabile che il tentativo di rappresentare il futuro diventasse quasi demagogico.

  23. guidonicolaszingari says:

  24. gloriamarzia says:

    La mostra si basa su un’ipotesi storiografica volta a dare significato e rilievo al processo di costruzione degli italiani attraverso i temi che hanno maggiormente spinto verso un processo di integrazione o viceversa quelli che lo hanno allontanato. Il progetto artistico nato da questa ipotesi prende forma dal confronto con lo straordinario spazio delle Officine Grandi Riparazioni, un complesso di archeologia industriale dei primi del 900, scelto per ospitarla. In entrambe risuonano termini che riconducono all’agire: il fare, il riparare. E’ una mostra da partecipare più che da contemplare, una mostra laboratorio più che un’esposizione illustrativa. Vi è l’intenzione di creare uno scenario aperto, visibile, ampio, limitando al minimo la sua frammentazione con divisioni verticali per cercare di valorizzarne la maestosa ampiezza. La prima caratteristica è appunto la dimensione scenica aperta, dove campeggiano le aree tematiche e dove scorrono i flussi cronologici che accompagnano il visitatore nel progredire del tempo storico e nella successione di eventi. Il secondo elemento è la pluralità. E’ un’Italia dove il gruppo si manifesta più del singolo e dove l’icona diffusa e ripetuta è l’immagine d’insieme. (citazione di Studio Azzurro)

  25. boyerjulie says:

    Avrò messo un po’ di tempo prima di scrivere il mio parere sulla mostra e particolarmente sull’ambito che riguarda il patrimonio e l’identità. E’ difficile per me parlare della storia e del patrimonio italiano pur essendo straniera però ho notato che tutte le cose che noi consideriamo parte della vostra identità mancavano alla mostra. Da un certo punto di vista, è una cosa gradevole poiché permette di capire come gli italiani si considerano e come si sono costruiti ma nello stesso tempo, sono tante informazioni nuove difficili, a volte, da interpretare.
    Gli allestimenti della mostra e la divisione della storia italiana in temi rappresentati da isole permette di creare il proprio percorso e di sentirsi liberi di tornare indietro o invece di saltare un’intera isola. Ho apprezzato la coerenza e la sincerità dei contenuti però, come francese, mi devo di segnalare l’assenza totale di traduzioni. Si tratta di una mostra sugli italiani per gli italiani anche se la presenza di documenti visuali facilita la visita. Onestamente, mi sono sentita una bambina perché mi sono concentrata sulle mie emozioni e le mie impressioni. Sono state loro a guidare la mia visita, attratta da cose interattive, saltando sulle valigie cadute per ascoltare le testimonianze, cambiando i negativi per vedere la foto prendere vita, mi è piaciuto l’uso delle nuove tecnologie nelle OGR e penso di aver partecipato attivamente all’elaborazione della mia visita.
    Sinceramente, non ho avuto il coraggio di leggere tutte le cronologie perché la maggior parte del tempo dovevo chiedere informazioni sulle persone citate ai miei colleghi. I contenuti scritti erano abbastanza dati per scontati nel senso in cui per capire la mostra, si doveva avere delle conoscenze di base… Che non avevo.
    Ovviamente non sto dicendo che non vale la pena di visitare “Fare gli italiani”, anzi, secondo me merita davvero di essere vista e per questo, per ampliare il numero di visitatori, sarebbe utile approfittare delle nuove tecnologie per tradurre e spiegare ad eventuali visitatori stranieri l’essenza della vostra storia e della vostra cultura…

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